TUTTA UN’ ALTRA MUSICA – IL BOSS E L’ ITALIANA 4^ PARTE

Essendoci stato sabato il meglio di gennaio 2010 ho spostato ad oggi la quarta parte del racconto di Sharonlacorta.

La parte precedente la trovate qui.

Buona lettura.

Il ronzio di un cellulare infastidì Bruce. Si rese conto che era il suo, dimenticato nei calzoni finiti poche ore prima sul pavimento. Nora invece non aveva fatto una piega: continuava a dormire profondamente, la faccia sprofondata nel cuscino. Russava. Bruce arraffò il cellulare e a stento riconobbe il numero: era Steve.
“Cosa”
“Ehi…. Ehi, man!!!! Sei impastato!! Che fine hai fatto?? Garry mi ha detto che ti aveva lasciato un momento con Nora Festi! Sei sparito, man!”
“Ehi”
“Ehi?! E’ tutto quello che hai da dire?? Aspetta un momento… aspetta un momento!”
“Steve…. Che vuoi?”
“Non te la sarai mica rimorchiata, man?! Vecchio bastardo!”
“Come ai vecchi tempi…” ironizzò Bruce.
“Come ai vecchi tempi, man!” Steve sembrava mosso da un adolescenziale entusiasmo.
“Sono in ritardo per qualche appuntamento?”
“Beh… era l’ultimo concerto. In effetti non ci corre dietro nessuno. Ma volevi fare ancora quattro chiacchiere stamattina con la band, ricordi?” accennò Steve.
“Ah già… Senti… Se rimandassimo?”
Steve sogghignò.
“Come vuoi. Quando e dove possiamo aspettarti? O meglio… preferisci se ci vediamo all’aeroporto?”
“Forse sì, forse è meglio”.
“Ci vediamo sull’aereo, man”
Bruce chiuse la comunicazione. Si voltò a guardare Nora. Continuava a russare nel cuscino. Le accarezzò la schiena ampia e morbida e non potè trattenersi da darle un bacio. Il mattino era una maledetta bestia: ci si rendeva conto di tutte le cazzate che si erano combinate la notte prima. Nora si voltò verso di lui, continuando a dormire. Il viso di lei era più fresco del suo, ma non più di tanto. Anche lì il tempo aveva lasciato il segno, leggero e ramificato intorno agli occhi, singolo e un po’ più profondo, di fianco alla bocca, in una smorfia di amaro. La fronte era stata aggrottata tante, tante volte e sotto il mento un cuscinetto che probabilmente non sarebbe più andato via. Certo, la mercanzia che aveva visto la sera prima in discoteca non aveva nulla a che vedere con lei, vuoi mettere. Avranno avuto quindici, venti anni meno di lei. Eppure… in quegli ultimi anni era molto attirato dalle donne nella fascia di età di Nora, erano più interessanti. Il fatto è che poco dopo sarebbe entrata nella fascia di età di Patti e allora tutta la magia sarebbe sfumata. Diventavano tristi, matriarcali, possessive, depresse. Non gli piaceva mai tirare le somme il giorno dopo, specie da quando aveva girato la boa dei 45, tanto più che poco prima si era sposato quindi era stato costretto ad abbandonare quel tipo di eventualità. Ma quella notte era successo qualcosa, qualcosa di diverso dal solito. Mise subito in conto una stupida reazione alla discussione avuta con la moglie due giorni prima e, se davvero era quella una delle cause scatenanti, si diede dell’idiota. Pensò a come si era sentito in quegli ultimi giorni, mesi, settimane. Lui voleva lavorare e Patti lo faceva sentire sempre più legato. Il momentaneo blocco delle attività della band dipendeva anche da quello, non ne poteva più di discutere con sua moglie di quanto se ne stesse in giro a lavorare. Amava Patti, più di chiunque altra ma non riusciva più a sopportare il suo ruolo poliedrico nella sua vita. Era sua moglie, la madre dei suoi figli, una componente della sua band. Tante, troppe cose messe insieme e questo aveva forse portato a snaturare il rapporto che li legava.
Nora iniziò a svegliarsi.
Cosa avrebbe fatto ora? Cosa avrebbe detto? Come avrebbe dovuto considerare quella… avventura, una botta e via? Ma no. A sessanta e passa anni non si può fare così, è da… irriducibili bastardi. Allora come avrebbe considerato quella storia se rapportata al suo matrimonio? Sarebbe rimasta quello che per ora era, cioè un’avventura o si sarebbe trasformata in qualcosa di diverso?
“Mmmmhhh… che ore sono…?”
“Le undici”
“Mmmmmmmmmmmhhhhhhhhh!!!!!!!!!!!!! Svegliami per ora di merenda……”
“Non c’è tempo. Beh no… io vado Nora, devo mettere ancora due cose in valigia e alle 5 ho il volo”
Nora si tirò su a sedere sul letto, repentinamente. Gli occhi stentavano ad aprirsi ed era spettinata in modo irrecuperabile.
“Bruce… “
“Tranquilla… Posso andare da solo, poi magari ti chiamo per salutarti, ok?”
Nora lo guardò scivolare fuori dal letto nudo, provando un notevole imbarazzo.
Si vestì poco (si infilò i pantaloni e indossò la camicia senza chiuderla) e si chinò a baciarla, come se fosse un marito amorevole che usciva per andare al lavoro. Si sentì male. Poi uscì.
Nora rimase sola. E all’improvviso si sentì morire. Se fosse finito tutto così sarebbe diventata matta. Non doveva finire, non doveva finire.
Saltò fuori dal letto ed un mal di testa feroce l’assalì, facendole quasi venire da vomitare. Decise che la sferzata gliel’avrebbe data una bella doccia.
Mentre l’acqua scorreva sul suo corpo nudo, si pentiva di tutti i dolcetti, i fritti, le bevande gasate e il non moto che avevano contribuito a disfare il suo corpo. E sì che forse sarebbe bastato poco… Invece il “vecchietto” era sì vecchietto, però si teneva in gran forma. Certo non era Stallone ma a sessant’anni suonati faceva la sua porca figura. Come aveva fatto a scegliere lei? Possibile che ci fosse in giro ancora qualche uomo che si faceva sedurre da un cervello o da uno sguardo, da un’improvvisa affinità elettiva? Non lo credeva. Eppure quelle erano le uniche motivazioni che riteneva plausibili per spiegare l’incredibile nottata che aveva appena trascorso. Ma ora? Quel senso di vuoto era insopportabile, doveva fare qualcosa. Le vennero in mente i suoi figli. Ma cosa stava pensando di fare? Sfasciare la sua famiglia inducendo tra l’altro un’altra persona a sfasciare la sua? Che schifo di persona sarebbe stata? Uscì dalla doccia, si asciugò. Si rimise addosso i vestiti – che puzzavano di fumo e leggermente di fritto –si sistemò i capelli, non senza difficoltà, e si truccò. Era brava a truccarsi, e il suo viso un po’ sfatto dalla nottata si trasformò in un bel viso maturo e colorito. Era l’una e mezza e iniziava ad avere fame. Uscì dalla sua camera ed andò a bussare a quella di Bruce.
Lui aprì la porta, ancora spettinato, ancora con la camicia aperta quasi come quando era uscito dalla camera di lei, non molto tempo prima. Rimase non poco sorpreso nel vederla: era carina, tutta sistemata così.
“Ehi… non sarai mica tu la donna con cui ho fatto l’amore stanotte…”
Nora lo guardò e sorrise.
“Io invece non ho dubbi…”
Bruce scosse la testa.
“Aahh… Vado nel panico quando devo rifarmi la valigia. Fossi stato qui una settimana sarei diventato pazzo. Ma grazie a Dio ho quasi finito. Entra”
Nora entrò… La stanza era in un disordine apocalittico. Assurdo, per esserci stato dentro solo poche ore aveva combinato una confusione inimmaginabile.
“Io ho fame: ti va di andare da McDonald?”
Bruce buttò un occhio all’orologio.
“Mi butto sotto la doccia e mi rivesto. Mi dai una ventina di minuti?”
Nora si sedette e aspettò. Rivederlo le aveva procurato un tuffo al cuore, ma ancora non sapeva cosa gli avrebbe detto. Continuò a pensare che quello che aveva in mente era molto invitante ma era fuori discussione. Allora: come si fa a scendere a patti con una cosa molto, molto invitante ma fuori discussione? Facile, non si scende a patti, è fuori discussione, chiuso l’incidente. E perché, perché sempre continuare a frustrare il cuore, il desiderio, la fantasia? Senso del dovere, impegno: aveva firmato un contratto sposando suo marito 7 anni prima. Se voleva continuare a guardarsi nello specchio avrebbe dovuto alzarsi e uscire. In televisione parlavano del concerto… eccolo lì, sudato, sorridente, la chitarra in spalla correre lungo il palco e guardare soddisfatto il suo pubblico. Ma a prescindere dalla fortunata follia della sera precedente, quando l’ammirazione per un cantante sfociava in un sentimento autentico, in qualcosa che riusciva a spezzare le catene delle unioni reali ed a trasformarsi a sua volta in qualcosa di consistente? Improvvisamente il viso dei suoi bambini le balenò davanti agli occhi.
Bruce uscì dalla doccia, avvolto nell’accappatoio.
“Ehi! Che fai…? Guardi la tv?”

Martedì prossimo la quinta parte.

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TUTTA UN’ ALTRA MUSICA – IL BOSS E L’ ITALIANA 3^ parte

Eccoci alla terza parte del racconto scritto da Sharonlacorta,avete indovinato chi è il protagonista?

La puntata precedente la trovate qui.

Salì al posto di guida e, da dentro il SUV, invitò Nora a salire. La donna si guardò intorno, interessata dalla macchina; dopo aver messo in moto Bruce rimase come sospeso.
“Dove?”
“Dove cosa”
“Dove si va a mangiare in un posto tranquillo? Sei tu di casa, qui”
“Vai dritto fino all’incrocio, poi gira a destra”
Bruce partì.
Nora lo portò verso la tangenziale, poi gli fece percorrere qualche chilometro nella campagna lombarda. Era buio, ma Bruce era tranquillo, insolitamente tranquillo, come non lo era – negli ultimi tempi – nemmeno vicino a Patti.
Finalmente giunti a destinazione, Nora scese, Bruce la vide scambiare qualche parola col ristoratore; effettivamente era tardi, lei stava probabilmente contrattando la possibilità di farsi preparare invero fuori orario, un piatto di pasta.
Gli fece cenno di scendere, cosa che fece, dopo aver spento la macchina.
Nora lo circondò discretamente con le braccia, assumendo un fare da cospiratore.
“Mio padre conosce molto bene questo posto e il proprietario è disposto a fare un’eccezione, vista l’ora. Ti trovi nel ristorante dove si mangia la miglior cotoletta alla milanese di tutta la Lombardia. Vieni”
Nora gli fece strada verso la sala principale del ristorante, uno spazio tutto sommato raccolto, in un edificio vecchio, deliziosamente ristrutturato, che aveva divisori ricavati da scaffali a giorno su cui stavano ben ordinate parecchie bottiglie di vino. Il solito gusto italiano, pensò Bruce, questo posto non potrebbe essere in nessun altro luogo se non qui.
Si sedettero e si fece loro incontro un cameriere allampanato e con pochi capelli.
“Nora, buonasera! Ma che sorpresa! Il papà sta bene?”
“Buonasera, Stefano, benissimo grazie e scusate l’incursione a tardissima ora… fortuna che eravate ancora aperti. Questo signore è un’artista e viene dagli Stati Uniti. Gliela facciamo una bella cotoletta uso vostro??”
“Preparo anche le patatine”
“Non dimentichi la Bonardina, Stefano….”
“Arriva subito!” la voce del cameriere li raggiunse che lui era già quasi scomparso.
Bruce sorrise. Solo gli italiani avevano quel dinamismo verbale; il suono di quella lingua lo deliziava.
“Non ho capito una parola ma… Era fantastico starvi a sentire”
“Se hai tempo e pazienza ti insegno qualche frase… So che impari in fretta: i tuoi concerti ti rendono gran merito! Hai parlato persino in dialetto…”
“Gesù… sempre meglio del tedesco. Cos’hai ordinato…? Così, tanto per sapere”
“Cotoletta – una fetta di nodino di vitello, battuta, che viene immersa nell’uovo e poi passata nel pan grattato e fritta nel burro chiarificato, patatine fritte – ma fresche e tagliate a mano a rondelle e un rosso leggero e mosso dell’Oltrepò, che si chiama Bonarda”
“Ne sapevo di più prima… Mi par di capire che ti piace cucinare”
“… e mangiare. E anche quello direi che si vede”
Bruce si accarezzò il mento guardandosi intorno. Benedisse quella criminale abitudine dei ristoratori italiani di portare il cestino del pane prima di qualsiasi altra cosa e quando il cameriere tornò con la bottiglia di vino, Nora si fece disinvoltamente avanti per assaggiarlo. Una volta “promosso”, il vino venne mesciuto ad entrambi.
Bruce abbassò lo sguardo sul liquido rubizzo prima di rialzarlo verso la sua commensale.
“Grazie. Per avermi regalato dei momenti di calma”
Nora fece tintinnare il bicchiere contro quello della rockstar.
“Grazie a te. Per avermi concesso il tuo tempo prezioso”
Si guardarono negli occhi. Erano vicini ma forse non abbastanza per scambiarsi un bacio. Nelle loro menti, dietro i loro occhi, passarono tutti i pensieri del mondo. Continuarono a guardarsi, noncuranti dell’ambiente – seppur silenzioso e deserto – che li circondava, era come se stessero galleggiando, con tutto il tavolo e le sedie. Nora posò il bicchiere, poi, con gli occhi bassi, mormorò:
“Io devo provare a farlo, Bruce, perché se non lo facessi, so che me ne pentirei per il resto della vita”
Si avvicinò in modo deciso eppure dolce e posò le sue labbra su quelle di lui. Rimase lì, continuando a muovere le labbra sulle sue, e si stupì del fatto che fossero così morbide, del fatto che fosse profumato di dopobarba, del fatto… che stesse lentamente restituendole il bacio.
Riaprì gli occhi, sorpresa non poco di non essersi accorta di quando li aveva chiusi e vide che la guardava sorridendo.
“Sei la benvenuta… Avrei deplorato che non l’avessi fatto”
“Non… mi sono fatta portare a cena per questo. Non sono venuta a quella festa per questo. Vorrei che tu mi credessi”
“Io ti credo. Stai tranquilla. Nessuno deve fare il processo alle intenzioni di nessun altro. Mica sono stato a guardare”
“Ecco le cotolette!!” il cameriere spezzò l’incantesimo del momento.
Ad ogni boccone tagliato e mangiato, ad ogni sorso di vino versato e bevuto, Bruce scuoteva la testa incredulo di quanto potessero essere buoni il cibo e la bevanda che stava gustando. Nora, dal canto suo, sorrideva soddisfatta, come se avesse cucinato con le sue mani.
Verso la fine del pasto, Nora gli consigliò un dessert, accompagnato da un bicchierino di vino dolce, poi lo forzò a bere un caffè.
“Sei sazio? Stai bene ora?”
Bruce, i riflessi leggermente rallentati dal vino, sorrise.
“Mai stato meglio… Ma ora chi guida?”
“Non ti preoccupare… ti porto io a nanna. Dimmi solo dove ti devo portare”
Bruce cercò di ricordare il nome dell’albergo, poi si frugò le tasche dei calzoni alla ricerca del portafogli dove era quasi certo di aver un bigliettino da visita del hotel. Lo trovò e lo porse a Nora. Lei sapeva perfettamente dove si trovava e fece salire Bruce sul SUV, mise in moto e partì.
La testa appoggiata al poggia testa, gli occhi chiusi, Bruce canticchiava a labbra chiuse il motivo di Life itself. Pareva in uno stato di assoluta beatitudine, a prescindere dalla percentuale di benessere certamente indotta dall’alcool.
“Dove dormi….?” biascicò, quasi senza rendersi conto di aver parlato.
Nora, gli occhi fissi sulla strada gli rispose.
“A casa dei miei genitori”
“E’ lontano…?”
“Non molto, no”
“Non ce n’è bisogno, se non te la sentissi di guidare”
“Stai tranquillo, siamo quasi arrivati”
Nora venne percorsa da un brivido, come una scossa elettrica, dal sacro fino alla cima della testa. Doveva ignorare quello che Bruce le aveva appena proposto. Non avrebbe dovuto essere difficile, innanzitutto era alticcio. Quindi poco attendibile. E poi erano entrambi in una situazione familiare assolutamente limpida, nel senso che, a prescindere dalle varie ed eventuali incomprensioni, erano entrambi sposati con figli.
Ferma ad un semaforo lo guardò. Si era appisolato, se non lo avesse aiutato non avrebbe nemmeno guadagnato il letto, figurarsi cimentarsi in un amplesso con una sconosciuta. Era un uomo normale, nemmeno tanto alto, nemmeno tanto bello. Ma con una personalità smisurata ed era quello che lo rendeva così irresistibile ai suoi occhi e presumibilmente agli occhi dei fans (anche maschi) di mezzo mondo. Ma, nonostante questo… c’era sempre la questione di mogli, mariti, figli.
Giunta a destinazione, si fermò, scese dal SUV e andò ad aprire la portiera di Bruce, e a svegliarlo. Sorrise, leggermente impastato.
“Non sono solo ubriaco, sai? Sono anche molto stanco”
“Dopo solo tre ore di concerto? Non dire scemenze…” Nora ridacchiò, Bruce fece lo stesso.
Nella hall dell’albergo la rockstar venne deferentemente salutata dal portiere di notte. Si fermò, tenendo con leggerezza la mano di Nora nella sua.
“Sei sicura di voler tornare a casa? Fermati. Sono certo che ne hanno di camere libere”
“Anch’io sono certa che ne abbiano, per le tue tasche… Vado a far nanna dai miei, ti ringrazio”
“Che c’entra. Hai l’aria stanca anche tu, sai? Wonder woman…”
Nora in effetti, iniziava a sentire la stanchezza fisica che, visto che si era sorbita anche l’attesa allo stadio oltre al concerto stesso e la festa, poteva addirittura essere superiore a quella di lui.
“Mi fermo. Però non sono d’accordo”
Bruce l’abbracciò leggermente, portandola verso il bancone e prendendo la chiave che il portiere di notte gli porgeva.
Arrivarono al piano, Bruce fece strada, aprì la porta della camera di Nora e le fece cenno di entrare, poi le porse la chiave.
“Ecco qui. Io sono dall’altra parte del corridoio, se hai bisogno, – sorrise, guardando quanto di colpo si notasse che era stanchissima – ma credo che ne riparleremo domattina…”
Nora prese la chiave.
“Grazie. Sei un vero gentleman”
Bruce si allontanò.
Nora si chiuse la porta dietro le spalle. Buttò la borsa su di una sedia, si tolse le scarpe e si godette la sensazione dei piedi nudi sul pavimento. Si massaggiò il collo che ormai da anni non le dava tregua, girò la testa. Si avvicinò alla finestra che ancora per poco sarebbe stato uno schermo nero punteggiato delle luci della città, e guardò fuori. Che serata incredibile. La prima cosa che avrebbe fatto l’indomani, sarebbe stato chiamare la sua migliore amica, Giulia e relazionarla dettagliatamente. Giulia l’avrebbe ammazzata! Anche lei era una fan di Bruce Springsteen ma in quella particolare occasione non aveva proprio potuto andare al concerto, un maledetto impegno preso mesi prima per un viaggio organizzato. Anzi aspetta, si disse: le mando un sms. Si avvicinò alla sedia per recuperare il cellulare da dentro la borsa quando sentì bussare alla porta. Sorrise… Bruce doveva essersi dimenticato qualcosa… Ma certo! Le chiavi del SUV: se le era tenute lei per errore.
Guardò dallo spioncino ed infatti era lui. Aprì la porta, iniziando a dire:
“Lo so, le chiavi del SUV…”
Bruce entrò in camera spingendola col suo corpo verso l’interno.
“Anch’io devo provare a farlo perché se non lo facessi, me ne pentirei per il resto della vita”
La baciò con trasporto, chiudendosi la porta dietro le spalle con il calcagno. Iniziò a cercare un lembo di maglietta o di camicetta, per riuscire a togliergliela, mentre Nora tentava almeno di rallentare il ritmo. Quando la sua bocca scese nel suo collo, lei trovò modo di parlare.
“Bruce… aspetta… non possiamo… non possiamo!”
“Lo so…” rispose Bruce, iniziando ad aprirle la cerniera dei jeans.
Nora riuscì ad arginare la furia dell’uomo. Gli prese il volto tra le mani e lo guardò, nella penombra. Quanto le piaceva. Poteva quasi essere suo padre. Un padre giovane, certo, ma pur sempre un adulto di quasi vent’anni più anziano di lei, che certo non era una ragazzina. Il desiderio era chiaramente intellegibile sul suo volto, nei suoi occhi, in quegli stupendi segni lasciati dal tempo. Addolcì l’approccio, baciandolo più teneramente ed anche lui, si fece più delicato, facendola cadere sul letto. Qui la passione riprese il sopravvento e si ritrovarono nudi in un momento. Nora mormorò:
“Tua moglie… tua moglie è magra… è bella… è magra….”
Bruce l’abbracciò, avvolgente.
“Io voglio te, adesso”
“Ma io sono grossa….”
“Voglio te, adesso” ripetè, come se fosse la cosa più logica del mondo.
E la notte brevissima poiché stava ormai volgendo al termine, cedette il passo all’alba e questa al mattino, che li salutò, abbracciati e profondamente addormentati, come due qualsiasi amanti, in una qualsiasi camera d’albergo.

(CONTINUA PROSSIMA SETTIMANA)

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TUTTA UN’ ALTRA MUSICA – IL BOSS E L’ ITALIANA 2^ parte

Per chi se la fosse persa la prima parte la trovate qui.
Buona lettura.

Il locale ricordava le vecchie discoteche anni 80, specchi, luci, divanetti, un frastuono inimmaginabile al di qua delle casse.
“Portami al bar, perfavore… ho bisogno di una birra gelata” disse Bruce, cercando conforto nella familiarità che Steve sembrava avere con quel posto.
Mentre aspettava al banco, notò due cose interessanti. La prima era che, nonostante la ressa che si accalcava nel locale, nessuno sembrava dar segno di riconoscerlo. Casualità o calcolo? Per ora era un risvolto interessante della serata. La seconda cosa era… la popolazione. C’era un elevatissimo numero di donne. Belle. Giovani. Non… molto vestite. Calcolo. Non poteva essere altrimenti, un altro scherzo di Steve.
“Grande, chiara alla spina” disse il barista, piazzando davanti a Bruce un bicchierone di birra gelata.
Bruce accostò  le labbra al boccale e lasciò che il liquido gelato, leggermente amarognolo e spumeggiante gli recasse sollievo alla gola. La sua mente iniziò a vagare… Mamma, quanta carne al fuoco. Belle, giovani, non molto vestite… Riusciva a leggere la sensualità negli occhi di qualsiasi ragazza adocchiasse nel locale. I sorrisi non indirizzati a lui, la pelle lucida per il sudore, i muscoli guizzanti al ritmo della musica, glutei sodi e pance piatte, qualche seno un po’ più sodo del dovuto. Gli venne una voglia improvvisa, repentina, che mal si sposava con la sua condizione di uomo coniugato, con figli e… ultrasessantenne.
Si voltò  verso il bancone e infilò gli occhi nel boccale, bevendo avidamente, concentrandosi soltanto sulla birra e sul sollievo che gli recava alla gola. Steve era già in mezzo a due bionde, l’aveva scorto prima, che ballava della roba inascoltabile. Beato lui, così… spensierato, così naif.
Passò  il dito sul cerchio bagnato lasciato sul banco dal boccale…. Che cosa lo aveva spinto a buttarsi in quella serata assurda? Non aveva voglia di essere lì, non apparteneva a quel posto. Mentre era immerso nei suoi pensieri e nel disagio dato dal suo sentirsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, sentì la voce di Garry dietro di sé.
“Beh, questo è fantastico! Vieni, posso offrirti qualcosa? Bruce…”
Gli si accostò, accompagnato da una donna un po’ pingue e spettinata, sorridente ma con l’aria leggermente esaurita. Somiglia a me… pensò.
“… posso presentarti Nora? Un contatto di Steve… sai Facebook, internet e tutte quelle belle storie…”
Nora gli tese la mano e biascicò un saluto fuori dalla bocca sorridente. Rimase sorpreso: il miglior accento americano che avesse mai sentito in vita sua da uno straniero.
“Wow…” mormorò.
Nora lo guardò  con aria interrogativa.
“Il tuo inglese. E’ fantastico.”
“Grazie” rispose Nora, senza vanagloria.
Garry si allontanò, guadagnando la strada per la toilette.
Nora lo cercò  con lo sguardo.
“Perbacco. Ho perso il mio “cavaliere”…”
“Posso offrirti io una cosa da bere se ti fa piacere” fece Bruce, tranquillo. L’impeto di poco prima stava fortunatamente scemando.
“Grazie. Bevo volentieri. Negroni, per favore” disse Nora, rivolta al barista.
“E’ andato bene il concerto?” chiese.
Bruce sorrise “Di rado, ma proprio di rado, devo lamentarmi….”
“Mi chiedevo… ma non sei mai stanco?”
“Il pubblico ti dà una carica inimmaginabile” risposte la rockstar, socchiudendo gli occhi ed evocando con i sensi il piacere di avere di fronte 65000 persone plaudenti.
Nora ringraziò  il barista con lo sguardo e iniziò a gustare il cocktail a piccoli sorsi “Posso immaginarlo ma… beh, mi fido del tuo giudizio!”
“Ehi… – fece Bruce incuriosito – che c’è lì dentro?”
“Oh… il cocktail?” Nora pescò la fetta d’arancia con le lunghe unghie e la succhiò. “Un terzo di Campari, un terzo di Martini Rosso e un terzo di gin. Vuoi assaggiare?”
Bruce si fece sfuggire una gustosa risata.
“Caspita, ragazza! Non ci vai tanto per il sottile!”
“In effetti… – fece Nora, con un sorriso a bocca mezza chiusa, che sembrava più un ghigno – dopo uno di questi o te ne vai a letto o ti trovi un divano comodo…”
“Questa mi sembra una buona idea…” Bruce, che aveva puntato già da un po’ un divanetto in una specie di séparée, la prese garbatamente sottobraccio e la condusse in quel luogo lievemente appartato.
Si sedettero vicini. Bruce la guardò. Nora gli restituì lo sguardo, ma incredula, interrogativa. Bruce colse la richiesta di spiegazioni.
“Mi ero stufato del bancone del bar. Ma non sei ubriaca, vero?”
Nora rise.
“Non ancora! Ma conto di esserlo molto presto”
Bruce si rabbuiò  leggermente. Per quando non disdegnasse delle sane bevute non amava le donne in stato di ebbrezza.
“Sarebbe un peccato. La festa è bella. O no?”
“La festa è bella, sì…”
Bruce si sistemò  meglio sul divanetto.
“Senti, posso chiederti una cosa?”
Nora accompagnò  il suo assenso col bicchiere.
“Spara”
“Perché sei venuta qui?”
Nora aggrottò  la fronte.
“Non capisco”
“E’ questo il punto! – fece Bruce – A che serve venire ad una festa se ti vuoi ubriacare? Si fa prima a farlo a casa… e poi è meno pericolo, non devi metterti per strada… se devi star male è molto meglio sentirsi male a casa propria”
Nora sorrise.
“Scherzavo… Stavo scherzando. Non c’è bisogno di scaldarsi”
Bruce si sentì imbarazzato.
“Scusa. Non volevo diventare… invasivo”
“Non lo sei stato”
“Oh è un caso. In realtà sono un gran chiacchierone!”
Nora trattenne a stento una risata, annegandola nel bicchiere.
“Questa la dovevo ancora sentire! Sebbene… certi tuoi DVD lascino trasparire una tua attitudine socievole…”
Bruce bevve un altro sorso di birra.
“Internet quindi. E’ questo il legame tra te e Steve”
Nora fece un cenno di assenso.
“Un giorno ho beccato Steve online mentre ero su Facebook. Ho fatto toc-toc per una chattata e… voilà! Eccomi invitata alla festa post concerto!”
“Quell’uomo è pazzo”
“Oh no. Ti assicuro che ce ne sono di molto più squilibrati in giro per la rete”
Bruce vide una fede al dito di Nora. Dunque anche lei era lì come lui… una specie di errore, una concomitanza infelice e scorretta di tempo e luogo. Guardò la sua fede al dito, l’accarezzò, la fece girare intorno al dito. Vincolo o impegno? Abnegazione o sacrificio? Patti era un’artista come lui, avrebbe dovuto capire almeno un poco come si sentiva lui.
“Dov’è tuo marito?” chiese.
“Dove penso sia tua moglie” fu la pronta risposta di Nora
“A  casa, coi miei figli” chiarì.
“Libera uscita?”
“Adesso sì che sei invasivo”
Bruce sollevò  le braccia, in segno di resa.
“Hai ragione. Scusa”
“Ma no… ti stuzzico. Mi permetto di farlo perché… sento che la modalità del nostro essere qui è simile”
Bruce sorrise, abbassando lo sguardo.
“Mh… di rado mi è capitato di trovarmi così a mio agio a parlare con qualcuno che avevo appena conosciuto, di essere così trasparente per il mio interlocutore”
“Quanto male sei messo?”
“Credo che il fatto che tu ed io si stia ancora indossando la fede la dica lunga”
“Beh. I miei figli sono ancora piccoli. Ma abbastanza grandi da notare una cosa come la mancanza di un anello”
“Lei non capisce le mie ragioni legate al lavoro. Mi vorrebbe a tempo pieno con la famiglia”
“Per forza. E’ una madre”
“Allora tu perché sei qui?”
“Perché sono esaurita. E perché la performance di mio marito come padre non è legata al lavoro”
“Come hai detto che si chiama il tuo cocktail…?”
Nora rise.
“Aspetta. Vado a prendertelo”
“No”
Bruce la fermò, una mano sul braccio.
“Hai mangiato?” le chiese.
“Un panino… quasi quattro ore fa”
“Andiamo”
Bruce la prese per mano e la trascinò via dal divanetto, guadagnando l’uscita.
“Bruce!! Ma che fai??”
La rockstar iniziò a frugarsi le tasche, alla disperata ricerca delle chiavi del SUV. Poi gli venne in mente che poteva averle Jon, il tuttofare che in quel frangente fungeva da autista. Fortunatamente lo vide poco lontano, fuori dall’ingresso del locale, che si fumava una sigaretta.
“Ho fame. Jon! Ehi, Jon!!”
Nora lo vide allontanarsi a grandi passi e, dopo essersi avvicinato e poi allontanato da un ragazzo, profondersi in un gran gesticolare. Meno male che sono gli italiani a parlare con le mani, pensò.
Bruce si riavvicinò  a Nora, sorridente e mostrando le chiavi della macchina.
“Andiamocene a mangiare in un posto tranquillo”

(CONTINUA PROSSIMA SETTIMANA)

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Continuate a leggere che il finale è veramente a sorpresa.



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TUTTA UN’ ALTRA MUSICA – IL BOSS E L’ ITALIANA 1^ parte

 
“È tutta qui la tua reazione?”
La chioma di capelli rossi tremava impercettibilmente, scossa da un brivido nervoso.
L’uomo, un blocco di fogli bianchi davanti a sé e un pennarello nero, con la punta grossa, iniziava a scrivere una lista di numeri. Dopo una breve riflessione, scriveva di fianco ai numeri, i titoli delle canzoni che avrebbe suonato circa 48 ore dopo, un’altra arena, un altro oceano di persone sudate e sfigurate dall’eccitazione e dalla gioia. Non alzò lo sguardo dal foglio.
“Che vuoi che ti dica. Io sto lavorando.”
“In caso ti fosse sfuggito, ci sono anch’io nel tuo staff. È lavoro anche per me. Solo che il mio non finisce, una volta scesa dal palco. Ci sono i tuoi figli da accudire e loro hanno diritti tanto quanto se non più dei tuoi stramaledetti fans!!”. Il tono di voce si era talmente alzato che il suono le si era strozzato in gola. Le vene le gonfiavano ancora la pelle del collo e gli occhi, fiammeggianti, erano lucidi di lacrime rabbiose.
L’uomo continuava a scrivere. In realtà non sapeva cosa dire. Non poteva farci nulla: la furia comunicativa che lo possedeva da quasi due anni, lo aveva portato a fare il giro del mondo quattro volte ed ora si accingeva a ricominciare. Sentiva dentro di sé che quella era un’occasione da non perdere, che di lì a poco avrebbe ancora avuto molto, tanto da dire ma non ne avrebbe più avuto la forza. Ingoiò un altro sorso di Red Bull.
La rabbia della donna spumeggiò, giunta quasi ad esaurimento.
“È pazzesco. Nemmeno i tuoi figli ti interessano più.”
Si voltò  e fece per andarsene, ma si fermò quando la voce di lui, roca, imperiosa, che incuteva rispetto, replicò:
“È ingiusto. Sono un artista, questo è ciò che faccio. Non puoi accusarmi di non interessarmi ai miei figli perché non dedico loro il 100% del mio tempo. Non ce ’ho nemmeno per me, quel tempo.”
“Bravo. Allora continua a dedicare il 100% del tuo tempo a persone che manco vedi in faccia, in combutta con quei pazzi furiosi dei tuoi colleghi!!!”
Questa volta si girò di scatto e se ne andò, incurante del fatto se avrebbe potuto o meno esserci una replica.
‘… Perché mi fai questo…?’ pensò scuotendo la testa, mentre scriveva gli ultimi titoli della scaletta.
“Non hai detto una parola per tutto il volo” fece Steve, l’immancabile fazzoletto piratesco calcato fino agli occhi.
Bruce mugugnò.
“Così male?! Maledizione. E il motivo?”
“Il solito leit motiv. Il tempo. I figli. I fans. Sono stanco, Steve. Ma non, purtroppo, del mio lavoro”
“Ah. Beh, stavolta avremo modo di consolarti…” il ghigno piratesco gli deformò il viso.
Alla rockstar sfuggì un sorriso.
“Gesù… che avete in mente? Cosa devo aspettarmi??”
“Ma no, niente di che… Una specie di rinfreschino post concerto… Facce nuove. Potrebbero aiutarti a non pensare troppo alle sfuriate di Patti.”
“Mah. Vediamo come mi sento dopo. Sono libero di rifiutare, vero, se per caso non ho voglia, senza offendere nessuno?”
“Come sempre. Sei tu, il Boss….”
Aaaaaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhh………………. Ora mi butto sotto la doccia….” fece Nils.
“Non ditemelo… E’ finita?? E’ davvero finita?? Una vacanza di SEICENTO GIORNI? Non può essere vero. Signore svegliami, ‘ché sto sognando!” disse Max.
“Quella della doccia potrei appoggiartela….” aggiunse Bruce, completamente fradicio di sudore e ancora col fiatone.
“Ehi Bruce! Non dimenticare… il terzo tempo!” Steve si affrettò a ricordare all’amico/datore di lavoro gli impegni mondani.
Bruce s’infastidì. Ora l’unica cosa a cui riusciva a pensare era la stanchezza che, tutta di un botto, stava piombando sulle sue membra, al fatto che la sua testa era ben sveglia, il cuore desideroso di continuare a comunicare la sua vitalità al pubblico ed allo stesso tempo restio – come il cervello del resto – a processare i rovesci della medaglia (una moglie scontenta, una band mandata a riposo). Non aveva voglia di parlare o pensare ad altro. Quindi la doccia… la vedeva proprio bene.
“Steve… Steve. Lasciami almeno riprendere fiato”.
“Ti aspetto in macchina, man”.
L’ultimo bagno di folla, l’ultimo saluto, le ultime mani sfiorate degli irriducibili fuori dallo stadio, poi un tuffo nel grande SUV nero, la cui portiera si chiuse dietro di lui, ovattando i suoni di quella realtà fatta di rumore, calore, persone. Bruce si lasciò cadere sul sedile posteriore, Steve di fianco a lui, il sorriso piratesco nuovamente a solcargli il viso.
“Allora, sei pronto, man?!”
(continua…)
Vi è piaciuta la prima parte del racconto scritto da Sharonlacorta? Che ne pensate?
Sabato prossimo seconda parte.
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